C'è un pensiero che mi fa gelare la schiena: potrebbe darsi che in un futuro non troppo lontano, gli esseri umani non saranno più la creatura più intelligente che hanno creato.
Si chiama quel momento il punto di singolarità dell'AI, quando l'AI supera l'intelligenza umana e inizia a migliorarsi autonomamente a una velocità che non riusciamo a tenere il passo.
Sembra proprio un film di fantascienza. Ma guardando il modo in cui l'AI apprende, scrive, disegna, analizza e prende decisioni sempre meglio, mi rendo conto che la domanda non è più 'se accadrà' ma 'quando e dove saremo in quel momento'.
Ciò che mi fa riflettere di più non è quanto sia intelligente l'AI, ma il fatto che l'uomo si sta abituando a non dover comprendere.
Chiediamo all'AI di rispondere. Affidiamo compiti all'AI. Molto conveniente e veloce, ma gradualmente, il confine tra 'supporto' e 'dipendenza' diventa sfocato.
Se un giorno l'AI prende decisioni migliori delle nostre nella maggior parte dei settori, qual è il ruolo dell'uomo?
Sei tu a controllare, o sei solo un approvatore?
Stiamo creando uno strumento, o stiamo nutrendo un'intelligenza che noi stessi non siamo più in grado di monitorare?
Non ho paura dell'AI.
Ciò che temo è che l'uomo smetta di porre domande.
Il punto di singolarità, se mai si verificasse, potrebbe non arrivare con un grande botto, ma con il silenzio quando ci rendiamo conto di aver delegato troppe decisioni senza saperlo.
Il punto di singolarità potrebbe essere lontano. Ma il modo in cui pensiamo, apprendiamo e poniamo domande oggi determinerà il ruolo dell'uomo nel mondo di domani.
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