Uno studio pubblicato dalla Abespetro ha rivelato che il Brasile ha il potenziale per aumentare le sue riserve provate di petrolio da 17 miliardi a 23,5 miliardi di barili nei prossimi anni.

La crescita dipende principalmente dall'esplorazione di nuove frontiere petrolifere, come il Margine Equatoriale, nel nord del paese, e la Bacino di Pelotas, nel sud. Il settore stima che saranno necessari investimenti superiori a 30 miliardi di dollari all'anno per trasformare questo potenziale in produzione reale.

Il dato che ha attirato maggiormente l'attenzione è un altro: tra il 2018 e il 2024, il Brasile non ha effettuato alcuna perforazione in aree considerate nuove frontiere. Nel frattempo, paesi come Guyana, Suriname e Norvegia hanno fatto rapidi progressi in nuove scoperte e nell'espansione delle riserve.

Gli esperti avvertono che, senza nuove perforazioni e licenze più rapide, il Brasile potrebbe addirittura tornare a importare petrolio entro 10-15 anni. D'altra parte, se gli investimenti progrediscono, il paese potrà prolungare la sua capacità di produzione fino al 2042, rafforzando l'economia, ampliando i posti di lavoro e aumentando la sua influenza energetica globale.

Oltre alla produzione, il settore del petrolio e gas rappresenta già circa l'11% del PIL brasiliano e ha ricominciato a generare circa 700 mila posti di lavoro diretti e indiretti, tornando a livelli storici dell'inizio del decennio scorso.

Il movimento mette anche il Brasile al centro di un dibattito globale: espandere la produzione di combustibili fossili mentre il mondo accelera la transizione verso fonti di energia più pulite.

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